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Benvenuto da Jonathan - Diritti in movimento.
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Giulio Ospite
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Inviato: Gio Apr 12, 2007 9:55 pm Oggetto: Un po’ di ragionamenti infuocati I - Il Pride |
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post il 04/08/2004 - 00:23
E anche quest’anno la parata del Gay Pride, seguita dalle solite polemiche, è passata. Grazie a dio! Ora che la tempesta è dietro le nostre spalle, anche io, come molti, voglio riflettere un po’, e dare le mie considerazioni, esporre i miei dubbi, porgere le mie domande, sperando di trovare risposte soddisfacenti. Ma iniziamo con un avviso ai naviganti: per tutti voi che andate al Pride perché così potete conoscere altre persone, vedere bei culi e bei fighi, sperare di fare una bella trombata in serata, sappiate che sono totalmente d’accordo con voi, e pertanto vi dico che non avete nulla di più da sapere sul Pride, siete dispensati dal leggere ciò che segue. Il Pride, a detta di molti, serve per far vedere che esistiamo anche noi, che anche noi vogliamo avere tutti i nostri diritti, che anche noi possiamo essere orgogliosi della nostra situazione. Sarebbe, per così dire, un coming out nazionale. Servirebbe, poi, a far pressione sui politici, a far conoscere all’uomo della strada chi siamo, a ricordare un anniversario importante, a esprimere e a far vedere la nostra cultura, ecc. ecc…. Certo, dobbiamo far vedere che esistiamo, e questo non è un discorso valido a livello nazionale, ma personale. Il coming out è una passaggio importantissimo (stavo quasi per dire “obbligatorio”) per tutti gli omosessuali. Per me è stato come nascere una seconda volta, come aver trovato finalmente un posto mio su un autobus affollatissimo dove tutti stanno seduti. Certo è stato doloroso, e tutt’ora continua a esserlo e non solo per me, ma anche per la mia famiglia, ma, ripeto, se dovessi vivere di nuovo la mia vita, lo rifarei, sempre e comunque. Ma il coming out non è cosa da prendere alla leggera. E soprattutto è un rivelatore di falsità e ipocrisie. Dire che il Gay Pride serve da coming out è, in definitiva, camminare sul filo del rasoio. Sì, perché a che serve fare il proprio coming out al Pride di Grosseto quando non lo si è fatto a casa propria, nella propria città, in mezzo alla propria gente, tra i propri amici? Troppo spesso il Pride è una sorta di sfogo per persone che poi, passato il 28 giugno, tornano alla vergogna quotidiana. E sì, perché e facile andare a scheccare in un paese dove nessuno ti conosce e dove, quindi, puoi fare quello che vuoi, tanto non dovrai renderne conto. E, poi, tanto è solo per un giorno o due… Ragionamento comodo, è vero, ma codardo. Il Pride, inteso come coming out personale, bisognerebbe farlo a casa propria. Perché nessuno grida lo slogan «Un Pride in ogni città!»? Ma ci pensate? Il 28 giugno ogni città avrebbe il suo Pride in contemporanea con tutte le altre città italiane! Persino i giornali non potrebbero evitare di parlarne. E poi, perché limitarsi a un solo giorno? Diciamo che vogliamo far conoscere a tutti chi siamo, cosa facciamo, che vogliamo esprimere la nostra cultura. Perché solo un giorno all’anno? E perché mai dovremmo poi riunirci per poter esprimere la nostra cultura? Non possiamo essere orgogliosi da soli, casomai girando per il nostro paesino avvolti nella bandiera arcobaleno? È anche vero, però, che il Pride ha una funzione politica di pressione. Sacrosanto, ma perché allora andiamo girando per l’Italia? La politica è a Roma, al Quirinale, all’Esquilino, a Palazzo Chigi, alle mura del Vaticano. Lì dobbiamo colpire più forte, non a Grosseto o a Bari. Mi si dirà che poi, a Bari o a Grosseto, mai sapranno di noi. Ebbene, è compito delle organizzazioni omosessuali di Grosseto o della Toscana far conoscere a Grosseto e alla Toscana la realtà omosessuale di Grosseto e della Toscana, il compito delle organizzazioni omosessuali nazionali è di portare alla politica (e cioè a Roma) la realtà omosessuale italiana. I tempi sono maturi per una Gaia (e Incazzatissima) Marcia su Roma. Secondo avviso ai naviganti: se quello che avete letto fino a ora vi ha reso euforici e avete voglia di andare fuori casa a sventolare la vostra bandiere arcobaleno, potete andare, siete dispensati dal leggere ciò che segue. Lascio andar via gli euforici, le “torce di sacra ira”, perché ciò che segue sarebbe una secchiata d’acqua fredda: gli omosessuali per lo più se ne fregano di manifestare, se ne fregano dei loro diritti e della loro condizione, se ne fregano del coming out e preferiscono restare nell’ombra che li protegge. Pochissimi sono gli omosessuali che partecipano ai gruppi, alle associazioni, alle manifestazioni. Sono molti di più, invece, quelli che sono eterosessuali per tutto il giorno e poi a notte, come vampiri, cambiano la loro livrea e vanno in discoteche, saune, boschetti fuori mano, parchi cittadini, luoghi isolati. Sia chiaro, non gliene faccio una colpa perché tanti anni (compresi quelli tanto delicati della maturazione psico-sessuale) vissuti nella vergogna e nella paura non sono facili da cancellare con un colpo di spugna, ma ne faccio un monito per le associazioni, le organizzazioni bisogna rispettare coloro che vivono nascosti e bisogna cercare per quanto possibile (senza rovinargli la vita) di renderli coscienti di sé. Insomma, il Pride non dovrebbe partire dall’alto, ma dal basso, dalle realtà locali, dai singoli che, risvegliati da un torpore fradicio di sesso, si rendano conto di essere esseri umano che hanno una dignità pari agli altri, che hanno una storia collettiva alle loro spalle, che ci sono eserciti che hanno bisogno di loro come di acqua fresca. Terzo avviso ai naviganti: qui finisce la mia considerazione pratica. Ciò che segue è una constatazione teorica che mi toglie il sonno da qualche tempo a questa parte. Chi avesse tempo di leggerlo, può farlo, chi ha altro di meglio da fare, vada pure. Quando penso al Gay Pride, non posso fare a meno di arrivare agli scritti di Michail Bachtin, di Jacques Lacan, di Victor Turner, di Clara Mucci e di altri. Bachtin scrive, in L’opera di Rabelais e la cultura popolare (Einaudi, 1979), che nel Medioevo e nel primo Rinascimento c’erano dei momenti particolari (come per esempio il carnevale) dove tutte le regole “ufficiali” della società venivano meno, rivelando un aspetto dell’uomo e dei rapporti umani basato sul principio comico (riso, gioco). Durante il carnevale il «popolo penetrava temporaneamente nel regno utopico dell’universalità, della libertà, dell’uguaglianza e dell’abbondanza» (p. 12); venivano abolite le gerarchie e veniva creato un tipo speciale di comunicazione libero dalle regole dell’etichetta e della decenza e basato sulla logica del “mondo alla rovescia”. Poi si è arrivati a pensare che questi momenti, chiamati “momenti di misrule” (letteralmente di «malgoverno», o, meglio, di «mancanza di governo»), fossero in realtà una anti-struttura prevista e organizzata dalla struttura. Il meccanismo, comparabile alla negazione freudiana, è abilmente spiegato da Babcock (e riassunto in Liminal Personae di Clara Mucci, ESI, 1995, p. 29). Ne risulta che questi momenti sono una specie di valvola di sfogo in cui ci si libera di tutte le tensioni accumulate dall’adesione alla Norma. Da questo punto di vista, i Gay Pride sarebbero momenti in cui noi, proprio come scrive Bachtin, eliminiamo tutte le gerarchie e tutte le diversità, scherziamo e ridiamo, creiamo un nostro mondo alla rovescia (in cui non proviamo più vergogna di noi, ma l’esatto contrario, orgoglio), utilizziamo nuovi metodi di comunicazione (spesso ritenuti immorali e indecenti, basati per lo più sull’esibizione dei nostri corpi nudi). Ma finito questo momento, torniamo alla norma, alla repressione, alla vergogna, ai vestiti, alla serietà, all’ufficialità. Bachtin scrive che il Carnevale non ha spettatori, perché tutti vi prendono parte. Al Pride, purtroppo, di spettatori cene sono molti (nelle strade, alla televisione o davanti al giornale). È vitale per noi coinvolgere tutti, eterosessuali compresi, in una cultura alternativa a quella dominante. Per ora noi, in quanto anti-struttura, siamo solo un serbatoio di potenziali alternative, di potenziale nuova cultura. Nostro compito è rendere effettivo ciò che siamo in potenza.
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Marcello Ospite
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Inviato: Gio Apr 12, 2007 10:00 pm Oggetto: |
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post 12/08/2004 - 2:13
Caro Giulio, entrando in questo forum mi è venuta un po’ di tristezza nel non vedere alcun intervento a fronte delle profonde e serie riflessioni che tu fai. Dunque mi inserisco anch’io, ma non per rispondere o controbattere (mi trovo sostanzialmente d’accordo con gran parte di ciò che scrivi), ma semplicemente per significare che ci sono. E’ poco, ma è tutto ciò che per ora posso fare. Sulla soglia dei trent’anni, infatti, non ho ancora fatto il mio coming-out. La mia famiglia sa, sanno i miei amici, i miei colleghi più stretti ma… il coming-out è altro. Condivido con te che la decisione di “venire allo scoperto” rappresenta una importante scelta di coerenza e di onestà, un valore dai significativi risvolti a livello personale e sociale. Una volta Grillini ne parlò in termini di “dovere civico”. Sì, sono d’accordo, è un dovere civico, è il contributo che ciascuno di noi può dare per colmare quel grave vuoto informativo che la nostra società ha nei confronti della realtà omosessuale. E’ il nostro contributo affinché un giorno nessuno debba più soffrire a causa della propria omosessualità. Se non facciamo qualcosa noi che viviamo sulla nostra pelle questa condizione, chi potrà mai farlo? E’ per questo che provo sentimenti di profonda stima, direi quasi di orgoglio, quando penso alle coraggiose scelte di Alessandro Cecchi Paone o di Leo Gullotta, tanto per fare qualche nome tra i primi che mi vengono in mente, ma ancor più delle tante persone omosessuali che ogni giorno decidono di lottare nella micro-società nella quale si trovano a vivere. Detto questo, una buona dose di realismo mi costringe però a mettere in evidenza i tanti problemi, a volte enormi, che una tale scelta ancora oggi comporta. Non si può negare che il coming-out, purtroppo, resta ancora una scelta riservata a pochi “eroi”: occorrono innanzitutto consapevolezza ed equilibrio interiore; ma anche forza, determinazione, coraggio e una buona dose di propensione al rischio. In una parola ci vuole fegato. Non condivido quella idea dai toni rassegnati e di manzoniana memoria per cui se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, ma di certo ognuno inizia il proprio percorso da una griglia di partenza diversa. Per questo i tempi possono essere lunghi e differenti per ognuno. Ma poi c’è di più. Il coming-out è una decisione che non coinvolge solo te stesso ma, ahimè, tutti i tuoi affetti, tutte le persone con le quali vivi e che da un giorno all’altro si ritroveranno ad essere, loro malgrado, la mamma, il fratello o il nipotino del frocio. Io personalmente credo ormai di avere la mia corazza, i miei mezzi di difesa e, se necessario, di attacco, li ho preparati e messi a punto negli anni di un lungo processo di maturazione, ma loro no. E la possibilità che un mio gesto possa sconvolgere la loro vita, la responsabilità di decidere deliberatamente di scatenare un terremoto nella loro serena quotidianità, sono pensieri che mi tolgono il sonno. In altre parole, si può arrivare al punto che non spaventano più le possibili ritorsioni professionali, non preoccupano più gli effetti sul ruolo pubblico che in qualche modo il lavoro ti porta a rivestire né, tanto meno, i giudizi della gente. Non è un dramma neppure la possibilità di perdere qualche amico (anzi, meglio una sorta di selezione naturale!). Sono tutti rischi che credo bisogna essere disposti a correre per una causa come questa. Ma le cose cambiano quando agli stessi rischi devi sottoporre, o peggio costringere, le tue persone più care. Ma mi fermo qui in questa sorta di sfogo, perché rischio di indurre al pessimismo e non è nelle mie intenzioni, né tanto meno nella mia indole. Queste tranquille serate d’agosto hanno il vantaggio di offrire qualche minuto in più per fermarsi a riflettere. E stavolta ho voluto farlo “a voce alta”. Ho voluto lasciare qui queste considerazioni, caro Giulio, come ad un “virtuale” compagno di viaggio che non conosco ma con il quale sono sicuro di condividere, insieme a tanti altri ragazzi come noi, un percorso davvero duro fatto di faticose salite e di tanti ostacoli. Ma di certo la posta in gioco è alta e tocca la nostra dignità, il nostro stesso diritto di esistere. Forse un giorno, spero, ci ritroveremo. Magari sotto lo striscione di arrivo. Con tanta stima e amicizia, Marcello marcello75@katamail.com
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Tony Ospite
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Inviato: Gio Apr 12, 2007 10:07 pm Oggetto: |
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post 29/08/2004 - 17:09
Salve, sono Tony, alias Lady Vanesia, è brutto usare anche il nome da drag, m a almeno è sicuro che mi riconoscete! Sono d'accordo con quanto scrive Giulio sul Gay Pride, io quest anno per la prima volta ho partecipato al Pride di Grosseto, non c'ero mai stato prima. E' vero che ho partecipato col Drag Queen College, quindi sul carro, ma c'era tanta gente dai "colori" più diversi che vi ha preso parte e la cosa mi fa fatto molto piacere! Però è anche vero che mi ha fatto altrettanto DISPIACERE il fatto che nei media non se ne è parlato affatto, eccetto qualche flash in terza serata per qualche secondo!! Al di là delle considerazioni sul coming-out, che condivido in pieno anche per esperienza diretta, quello che dovremmo fare, oltre al Pride o forse prima di questo, è il fatto di rompere le barriere che, con tristezza e vergogna, sono state erette dal Clero: questo è il vero problema!!! Se prima non si organizza qualche incontro con i portavoce della Santa Sede, manifestazioni o roba del genere, non ci sarà mai nulla da fare, se in Italia vogliamo che cambi qualcosa. Ormai l'opinione pubblica si sta adeguando e sta accettando simpaticamente le diverse forme di espressione dell'omosessualità, non senza simpatici "storcimenti" di nasi... in fondo possiamo farei bravi senza violentare psicologicamente gli altri, ma se non si raggiunge un comportamento umano e dignitoso da parte della Santa Sede stiamo freschi!!!! Non pretendo il bene placito, ma solo un dignitoso rispetto di tutti noi che siamo uomini e non animali indemoniati!!!!! Un bacio e a presto!
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Davide Ospite
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Inviato: Ven Mag 04, 2007 8:20 pm Oggetto: Re: Un po’ di ragionamenti infuocati I - Il Pride |
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Post il 05/06/2006 - 1.02
Ciao!io sono davide ho 18 anni dikiaratamente gay,sinceramente penso ke il pride sia una cosa assolutamente necessaria ma appunto dovrebbe coinvolgere le persone ke vi partecipano e non anke nella vita di ogni giorno,ok rispetto pienamente ki nn ha il coraggio di venir fuori ma almeno siate coerenti:o vivete la vostra omosessualità sempre o altrimenti non serve a niente manifestare ki siete in un contesto sociale ke non è il vostro!!bisogna ke la gete veda ke l'omosessualità esiste ovunque nel quotidiano se no come si può pretendere ke la vedano come una cosa diffusa e normale?!e cmq questo benedetto coraggio bisogna trovarlo una buona volta in fondo non l'abbiamo mica scelto di essere gay lesbike o transex!!!ma in ogni caso la realtà sociale sta cambiando x fortuna e almeno x quanto riguarda gli adolescenti le cose oggi sono più facili anke se a fare da contropeso a me e ai miei 3 amici dikiarati ce ne sono altri e altre 10 ke vivono nell'ombra...ke tristezza!e cmq secondo me non c'è bisogno di fare del pride una carnevalata cioè dovremmo esprimere la nostra sessualità sempre nei limiti della decenza l'importante è manifestare ke anke noi esistiamo,ke siamo diversi ma pur sempre normali:non abbiate paura di essere voi stessi in fondo vogliamo solo essere felici e non facciamo male a nessuno!
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Giulio Moderatore

Registrato: 27/04/07 23:41 Messaggi: 53 Residenza: Ortona
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Inviato: Ven Mag 04, 2007 8:22 pm Oggetto: Re: Un po’ di ragionamenti infuocati I - Il Pride |
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Post il 16/06/2006 - 10.06
Ciao a tutti, volevo fare solo una piccola precisazione sulla risposta di Davide. Dici che bisogna esprimere la propria sessualità sempre "nei limiti della decenza", e io mi trovo a dissentire da questa frase. Un omosessuale che vive la propria sessualità con tranquillità e gioia è già fuori da quei "limiti della decenza" che tu vorresti rispettati... E poi mi trovo a essere in disaccordo con tutti quelli che pensano che mostrare due natiche, un pisello, due seni o una vagina sia controproducente. Ricordiamoci che in ballo qui non c'è il diritto al matrimonio omosessuale, ma il più importante diritto di gestire in libertà il proprio corpo - e liberarlo dall'impaccio dei vestiti, che sono già espressione del genere sessuale, mi sembra una delle cose più interessanti e rivoluzionarie che si possano fare. Rispetto, quindi, per chi supera le proprie vergogne e riesce a mettersi nudo in piazza. Ciao! Giulio
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