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Un po’ di ragionamenti infuocati II - Il Coming out

 
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Autore Messaggio
Giulio
Moderatore


Registrato: 27/04/07 23:41
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MessaggioInviato: Ven Mag 04, 2007 7:26 pm    Oggetto: Un po’ di ragionamenti infuocati II - Il Coming out Rispondi citando

post il 14/08/2004
Senza dubbio alcuno il coming-out è uno degli avvenimenti più importanti nella vita di un omosessuale, e allo stesso tempo è una delle questioni più scottanti e controverse.
Che è importante lo sanno in particolar modo quelli che l’hanno fatto. Per me è stato davvero come nascere una seconda volta. Non dovermi più nascondere, non dover più fare tutto in segreto per paura che la mia famiglia venisse a saperlo, non dover più temere le minacce o i ricatti di chi sfrutta una situazione “velata” per scopi personali, poter fregarmene (finalmente!) delle malelingue e delle chiacchiere di paese… senza dubbio sono benefici di cui poi è difficile fare a meno (sto vivendo un coming-out “di riflesso” - perché il mio compagno è ancora velato - e vi assicuro che, oggi, non riesco ad affrontare quella situazione che fino a un anno fa era la mia vita quotidiana).
Certo, si soffre. Ho passato giorni interi a piangere – mentre mia madre piangeva in salotto – e credo di aver sfiorato un collasso nervoso, ma poi, dopo giorni, le lacrime sono finite, e sono sbocciato alla vita per la seconda volta. Ho raccolto le mie energie e mi sono preparato alle varie battaglie che la mia famiglia mi avrebbe mosso (e che si sono regolarmente verificate: visita obbligata allo psicanalista, richiesta – che ho rifiutato – di fare una terapia di ormoni, frecciatine varie sulla mia vita futura – niente figli, solitudine, decadimento fisico, vergogna, AIDS, niente lavoro, discriminazione, pestaggi – e rimpianti di varia natura – non ci darai nipotini, ci hai dimostrato che siamo stati cattivi genitori, non ti abbiamo educato bene, non ci porti rispetto, troppa libertà, ti sei allontanato… queste sono piccole battaglie che ho dovuto affrontare, e ringrazio il caso che sono nato in una famiglia praticamente atea).
Però mi piacerebbe innalzare il discorso dal piano personale a quello teorico, e riflettere sull’importanza sociale del coming-out.
In molti hanno osservato che l’omosessualità non dà segni esteriormente visibili della propria presenza: mentre un nero è nero e si vede, l’omosessuale non ha alcun segno esteriore che indichi la sua condizione. La conseguenza di questa mancanza è che l’omosessualità è facilmente dissimulabile, infatti tutti noi passiamo per eterosessuali fino al momento in cui decidiamo di svelarci per la nostra vera essenza. Agli omosessuali è data la possibilità di scegliere se sembrare eterosessuali (e avere quindi una vita socialmente “approvata”) o se essere omosessuali anche agli occhi della società (e quindi vivere nel pregiudizio).
È questa possibilità di scelta che ha provocato la disgregazione di una unità omosessuale che esiste oggi solo come utopia (negli anni ’70, con l’AIDS e i suoi sarcomi visibilissimi, ci fu un’unione senza pari di tutti gli omosessuali, ma poi tornò la disintegrazione, sia perché si scoprì che l’AIDS poteva infettare anche gli etero, sia perché gli infettati cominciarono a morire). Chi non fa il proprio coming-out generalmente conduce, nell’ombra, due vite parallele: quella eterosessuale di giorno e quella omosessuale di notte. Per questi – e io temo che siano un grande numero, se non una grande maggioranza - è “pericoloso” aderire apertamente alle lotte civili o alle organizzazioni omosessuali, perché rovinerebbe il loro prestigio sociale (“svelando” ciò che vogliono a tutti i costi “velare”). Potete ben immaginare quale forza politica possa avere un’organizzazione come, per esempio, l’ArciGay Nazionale che vanta 120.000 iscritti, ma che riesce a stento a portare tremila persone in una manifestazione nazionale.
Ed è proprio questo il problema: gli omosessuali esistono, tutti lo sanno, sono il 10% della popolazione, però nessuno li riesce a vedere. Dove sono?
Sono in ombra, perché non fanno il loro coming-out. Capite la necessità sociale del dichiararsi? Come pretendiamo di chiedere diritti e pari trattamenti o di sconfiggere pregiudizi quando non esistiamo?
Anche a livello pratico, non credete che sarebbe più facile per un ragazzo gay dirlo alla madre se nello stesso quartiere ci fossero altri due ragazzi che l’hanno già fatto perché prima di loro altri quattro ragazzi l’avevano già fatto? E per la madre non sarebbe più facile accettare l’omosessualità del figlio se solo avesse l’esempio del figlio gay della vicina di casa?
Gran parte delle sofferenze che mia madre ha dovuto passare sono legate ai pregiudizi (o all’ignoranza) che aveva sull’omosessualità. Aveva paura che mi travestissi da donna e che andassi a battere per le strade, che andassi nei bar gay dei film americani dove qualche brutaccione vestito di cuoio mi avrebbe stuprato ripetutamente, e così via.
Non sarebbe stato più facile per lei accettare la mia omosessualità (e casomai evitare una crisi isterica) avendo l’esempio del figlio della mia vicina di casa che lavora a Milano e convive col suo compagno da dieci anni?
Tutto sarebbe più facile per tutti se prendessimo il coming-out come un obbligo morale o come un passo obbligato nella vita di un omosessuale.
Infine vorrei rispondere ad alcune idee che ho sentito in giro per la strada.
La prima è «il vero coming-out è quello che si fa con se stessi». Mi permetto, se non di dissentire, almeno di essere dubbioso. Più che un coming-out quello è un coming-in. Dal momento in cui accetto (o riconosco) la mia omosessualità, inizia il mio periodo “velato” che scelgo di interrompere con il coming-out. Il coming-out è qualcosa che si fa all’esterno (lo dice il nome stesso: to come out vuol dire «venir fuori». L’espressione intera è to come out of the closet «venir fuori dall’armadio», derivazione del detto “avere uno scheletro nell’armadio”. L’omosessualità, in questo caso, è lo scheletro rinchiuso nell’armadio), e non un riconoscimento interiore. La frase «il vero coming-out è quello che si fa con se stessi» è, volente o nolente, un modo per rendere meno chiaro cosa sia il coming-out e per ridurlo a una (comoda) dimensione personale. Presumibilmente è un modo per tacciarsi la coscienza o per giustificarsi. Sarebbe come dire: «Ok, sono omosessuale. Dicendomelo ho fatto il mio coming-out, e ora sono a posto, non ho altri obblighi. E se mi dicono che devo fare il coming-out, l’ho già fatto».
La seconda è «in alcuni casi il coming-out è inutile, perché tanto lo sanno o lo hanno capito». La situazione è la stessa di prima, si tenta di riportare al livello personale ciò che è (o dovrebbe essere) sociale. Oggigiorno l’omosessualità è invisibile e messa sotto silenzio da tutti. Ogni omosessuale dovrebbe “farsi carico delle sue colpe” e riconoscere che dire la parola «omosessuale» è necessario per produrre un seppur minimo cambiamento.
La terza è «vorrei tanto fare il coming-out, ma non posso perché i miei ne morirebbero» e le sue varianti (che sono molteplici, la più strana che ho sentito è «vorrei tanto fare il coming-out, ma non posso perché non porterei rispetto alla cultura dei miei genitori»). Prima di fare il mio coming-out, mi ero attaccato all’idea di non poterlo fare perché mia madre soffriva di cuore. In realtà, mia madre era solo andata a fare delle analisi di routine, però mi ero talmente attaccato all’idea di farle venire un infarto, che ho taciuto per oltre un anno. Ora che sono sereno, riconosco che era solo una giustificazione, la realtà era che avevo una paura matta. Ma ecco l’errore: non ho ammesso di avere paura. Il coming-out è una cosa seria, è una riforma radicale di tutti i rapporti familiari, e quindi non va fatta a cuor leggero. Cercare una giustificazione e poi un'altra e poi un’altra ancora è un processo che non porta a nulla. Molto meglio ammettere di avere paura. Per esempio, nella mia famiglia tutti sanno che sono gay, tranne mio nonno (un vecchio fascistone), mia nonna e mia zia (entrambe molto credenti). Se dicessi che non posso dirglielo perché sono anziani e li farei morire, non sarei stato limpido con me stesso, e inoltre avrei detto una frase che mi mette in pericolo (se dovesse vivere – e glielo auguro – fino a cent’anni, come farei mai a giustificare a mio nonno il fatto che convivo con un uomo? Visto che non potrei mai ammettere la verità – perché morirebbe – dovrei o evitare la convivenza, oppure, a cinquant’anni suonati – raccontargli ancora qualche balla incredibile come facevo a sedici anni). Ammetto, invece, di avere paura di perdere il loro affetto, i miei privilegi e i loro favori. La situazione non cambia, ma almeno non mi prendo in giro.
Quanto alla frase “curiosa” «vorrei tanto fare il coming-out, ma non posso perché non porterei rispetto alla cultura dei miei genitori», rispondere è facile entrando nel regno dell’assurdo: se fosse cultura dei genitori tagliare le mani di tutti i figli maschi, glielo lasceresti fare per rispetto verso la loro cultura?

Una conclusione è dovuta. Pensavo di concludere pressappoco così:
il coming-out è una scelta personale… se potete, fatelo, ma se non potete, semplicemente non fatelo… ragionate però su quello che avete letto… vi ho dato un’altra ragione per farlo… e altre frasi del genere che altro non sono che giustificazioni.
Quindi, visto che non mi piace giustificarmi, vi dico davvero quello che penso: non guardate al mio esempio – io che non ho coraggio di dirlo al nonno – ma FATELO!
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Giacomo
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MessaggioInviato: Ven Mag 04, 2007 7:30 pm    Oggetto: Re: Un po' di ragionamenti infuocati II - Il Coming Out Rispondi citando

Post il 17/08/2004 - 20.16
Ciao Giulio, mi permetto di dissentire un po' dai tuoi ragionamenti infuocati non sapendo se sto gettando acqua o alcool sul fuoco. Ma veniamo al dunque; hai correttamente constatato un consistente problema all'interno del movimento GLBT, quello per cui a fronte di un gran numero di soggetti reali interessati alle tematiche che questo movimento affronta si registra una più che scarsa partecipazione nelle forme dell'attivismo (o della militanza, scegli la parola che più ti piace). Prosegui il ragionamento sostenendo che ciò che blocca l'attivismo GLBT è la difficoltà da parte di molti di noi (e qui il noi non vuole costruire un'identità ma è la semplice costantazione che io stesso -come singolo- vivo di questi problemi) di affrontare i propri coming out da cui consegue l'impossibilità di esporsi e quindi di fare attivismo. E' proprio questo il punto che non mi trova daccordo; senza dubbio il "coming out" può essere un problema per chi si affaccia all'attivismo GLBT ma non deve essere considerato l'unico freno in questo senso. Credo che siano altri i motivi per cui la popolazione omo/bi/transessuale non è largamente impegnata nell'ambito politico (pur sempre limitato a ciò che effettivamente riguarda la sessualità) e ignorarne l'esistenza può essere un errore che si potrebbe ripercuotere sulle altre cose che facciamo. Non riesco a descrivere precisamente questi motivi, posso solo provare a delinearli; ovvero la tendenza ad accontentarsi di ciò che si ha intravedendo una lotta che si pronuncia come minimo aspra, oppure quella ad ignorare i problemi come fenomeno di reazione ad essi. Considera altri movimenti ed altri tipi di lotte, ebbene -così come oggi tu ti chiedi dove sono gli omosessuali- i movimenti operai si chiedevano dov'erano gli operai, oggi i movimenti contro la precarietà si chiedono dove sono i precari (lavoratori e non), i movimenti studenteschi si chiedono dove sono gli studenti. Voglio dire che questa tendenza centrifuga è un fenomeno che si verifica in tutti gli ambiti e non credo che se tutti avessimo fatto largo uso della "pillola del coming out" la situazione sarebbe radicalmente diversa. Questo sul piano politico, sul piano sociale hai ragione (cioè sul fatto che una certa visibilità dell'omosessuale inteso come soggetto sociale faciliterebbe di molto i rapporti familiari) ma sarebbe più opportuno delineare un progetto che ci permette di cambiare la realtà sociale che non si deve esaurire in "10 100 1000 coming out", perché poi in questo senso il coming out non sarebbe altro che un mezzo per costruire questa nuova realtà sociale. Difatti preferisco non orientare la mia azione politica nella promozione e nella diffusione delle "pratiche di coming out" ma piuttosto prendere atto dei problemi di migliaia di persone (forse anche di più) alle prese con la propria sessualità e con il suo modo di interfacciarsi al reale (inteso come realtà dei rapporti sociali) per costruire una strategia. Ti dirò di più: la soluzione a questo tipo di problemi per me non è solo una strategia, ma è a tutti gli effetti un obiettivo politico che -una volta raggiunto- ti permette di affermare a pieno titolo di aver gettato delle robuste fondamenta per un nuovo mondo, per una nuova società che non discrimina e non per una società che -nei pochi casi felici- si limita a tollerare pur mantenendo forme di discriminazione, come quella in cui viviamo oggi. In questo senso, quindi, il coming out andrebbe vissuto come un processo -o un cambiamento tanto brusco quanto radicale- nella propria dimensione strettamente personale, ma su questo tema ci torno fra poco. Un altro punto che sottolinei è la necessità di costruire un'unità dell'omosessuale questa volta inteso sia come soggetto sociale che come soggetto politico. Questo tipo di unità si risolve nell'affermazione della cosiddetta "identità di genere". Quando parlo di "identità di genere" intendo una categoria, cioè -detto fin troppo brutalmente- un bollino da attacare a qualcuno o qualcosa per poterlo classificare secondo una determinata proprietà (naturalmente non sono in grado di spiegare che cos'è una categoria, provate a chiedere a Immanuel Kant, se riuscite ad avere il suo numero). In effetti non sto parlando della fisionomia della categoria in sè bensì del processo stesso di categorizzare. Oggi come oggi l'unico modo che ho per vivere la mia sessualità è dichiararmi (e quindi categorizzarmi) omossessuale, poco importa se lo dichiaro a me stesso o a qualcun'altro.
Ebbene da un lato spesso questo tipo di categorizzazioni risulta inefficace, nel senso che risulta difficile da applicare in quanto la categoria di "maschio omossessuale" (nel mio caso) non si applica bene alla sessualità di ognuno che, come è noto, è naturalmente poliedrica ed espone occasionalmente solo una delle sue mille facce (per un discorso più approfondito in questo senso ti rimando a quella corrente di pensiero che di solito si indica con "queer theory"); dall'altro lato il progetto della creazione di un'unità del soggetto omosessuale ha senso in relazione agli obiettivi politici che ci poniamo e alle pratiche di lotta (o di movimento) che vogliamo adottare. Mi spiego meglio, se decidiamo che come obiettivo prioritario abbiamo la lotta aperta ad ogni forma di discriminazione per orientamento sessuale, allora può avere senso costruire una coscienza intorno ad una certà identità, in quanto risulta utile ai fini preposti; se, invece, decidiamo che come fine abbiamo l'autodeterminazione della sessualità e la riappriopiazione del desiderio (qui intendo che non ci accontentiamo di non essere discriminati, ma che vogliamo costruire una realtà sociale in cui ognuno è libero di viversi la propria sessualità come dimensione costitutiva della propria personalità in una misura più o meno importante, per cui non si accetta più il ghetto, non si accettano più quelle barriere mentali che dividono il mondo eterosessuale da quello omosessuale) allora creare una coscienza di questo tipo rischia di diventare inutile. Sinceramente di questi due punti di vista non saprei quale scegliere, perché da un lato condivido pienamente il secondo e ne sono affascinato, dall'altro sono consapevole che il primo è molto più immediato e ha obiettivi che giudico prioritari. Per concludere ritengo che il coming out vada vissuto e pensato prevalemente nella dimensione individuale/privata, in quanto non è essenziale per perseguire gli obiettivi che ci siamo posti come movimento ma è a tutti gli effetti uno stravolgimento della realtà fatta di sentimenti, relazioni familiari e parentali, amicizie che ognuno si trova a vivere. Inoltre non ho mai accettato la contrapposizione sociale-collettivo/individuale perché è proprio la disgregazione della dimensione collettiva e sociale a portare all'alienazione dei bisogni che più ci appartengono, primo fra tutti il desiderio. In questo senso, quindi, il fatto che io come individuo riesca a venir fuori da una situazione problematica anche attraverso il coming out ha un suo valore politico intrinseco. Perciò anche lo stesso progetto di costruire un meccanismo che permetta di neutralizzare problemi di questo tipo ci porta a compiere un'obiettivo politico essenziale e ad incidere notevolmente sulla realtà sociale. ciao, Giacomo[/b]
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Giulio
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MessaggioInviato: Ven Mag 04, 2007 7:33 pm    Oggetto: Re: Un po' di ragionamenti infuocati II - Il Coming Out Rispondi citando

Post il 20/08/2004 - 14.46
Ciao Giacomo, ho letto con interesse le tue critiche, e intavolo molto volentieri una discussione che può risultare utile per tutti. Giustamente mi fai notare che non è solo l’essere “velati” a bloccare l’attivismo (e infatti sono molti i “velati” che all’attivismo partecipano con vigore). Tuttavia il mio rimprovero, se di rimprovero si può parlare, è ben differente da quello che gli studenti e gli operai facevano ai loro colleghi. Mentre quelli si rinfacciavano di non essere attivi, quello che si rinfaccia agli omosessuali è di non essere, di non esistere. Odio le descrizioni che vedono i mondi omosessuale ed eterosessuale come due eserciti contrapposti, ma sta di fatto che ogni omosessuale non dichiarato è annoverato nel conteggio degli eterosessuali. Per questo gli attivisti si trovano spesso a lottare per diritti che poi nessuno userà. Il coming-out, nella sua importanza politico-sociale, serve a rendere visibili i diritti negati. Il tuo scetticismo sulla “coscienza di classe” omosessuale, e quindi sull’unità, mi trova perfettamente d’accordo. Dichiararsi omosessuale vuol dire essere “bollati”, categorizzati, schematizzati. Ma non dichiararsi non vuol dire essere ugualmente categorizzati sotto la voce “eterosessuale”? Esistere vuol dire essere visti, essere interpretati. La categorizzazione, per quanto negativa, è imprescindibile dall’esistenza in una società. Cambiano i parametri, ma la schematizzazione rimane. Si tratta allora di scegliere (perché gli omosessuali possono farlo) tra il presentarsi agli altri come omosessuali o come eterosessuali. Soluzioni illogiche (per esempio un maschio che si presenta come lesbica), proposte dalla "queer theory", se non adottate in massa da tutti, portano solo alla confusione di qualche vecchina, o poco più. Di nuovo, quindi, l’unità. Quello per cui noi dovremmo lottare è il primato dell’individuo, che deve avere pari dignità e diritti in qualsiasi forma si manifesti. Certo, è molto più facile a dirsi che a farsi, ma mi sembra che in questo percorso i due sentieri a cui tu accenni (lotta per i diritti e lotta per l’autodeterminazione) coincidano. Vogliamo che ognuno possa vivere serenamente la sua sessualità, conoscere i suoi desideri e soddisfarli senza restrizioni da parte della società, delle istituzioni e della cultura; desideriamo che ognuno abbia la possibilità di decidere, senza condizionamenti esterni, chi essere e come esprimere la sua identità. Come possiamo farlo in una società con delle leggi che discriminano palesemente qualsiasi forma di identità che differisca dalla norma maschio-bianco-eterosessuale? Nella nostra cultura, tacere la proprio omosessualità è ammettere che è vergognosa, è dare man forte alla discriminazione, è avere interiorizzato l’omofobia sociale (c’è qualche eterosessuale fidanzato che, di fronte alla domanda «Ma ce l’hai la ragazza?», cambia discorso perché si vergogna di dire di sì? Che si vergogna di dire ai genitori e agli amici che gli piacciono le ragazze?). Per questo anche coloro che dicono di non voler fare il proprio coming-out perché è una cosa personale privatissima, oggi come oggi, nella nostra cultura, devono essere interpretati come omofobi. Aspetto una tua risposta. Giulio
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Giacomo
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MessaggioInviato: Ven Mag 04, 2007 7:34 pm    Oggetto: Re: Un po' di ragionamenti infuocati II - Il Coming Out Rispondi citando

Post il 25/08/2004 - 14.29
Ciao Giulio, mi sembra che il discorso centrale sia sui processi di categorizzazione. Giustamente dici che chi evita di categorizzarsi di fatto viene categorizzato come eterosessuale: condivido questa osservazione. Tuttavia la questione rilevante riguarda il tipo di progetto che perseguiamo e -conseguentemente- le azioni che ne derivano. Mi spiego meglio: se accetto sul piano sociale il meccanismo delle categorizzazioni avrò per forza di cose un mondo omosessuale ben distinto da quello eterosessuale, con tutte le conseguenze negative (ghettizzazione, ...), se invece oriento la mia azione politica verso la distruzione o il collasso delle categorie stesse ho la possibilità di rimodellare una realtà per creare quel mondo che vogliamo (in quest'ottica non è rilevante il tipo di azione che può essere più o meno efficace, pensa a quel fatto dell'uomo che si presenta come lesbica, ma è rilevante l'obiettivo che ti poni). Non sono daccordo quando dici che la categorizzazione è imprescindibile dall'esistenza della società. Ci sono pensieri come quello Zen che del "collasso delle categorie" fanno un progetto, ma al di là di questo esempio forse inadeguato bisognerebbe capire quali tipi di categorizzazioni vogliamo destrutturare. A noi interessa non categorizzare più la sessualità e questo lo dobbiamo fare in due modi contemporaneamente, due versi per esaltare quello che chiami "individuo": eliminare questo tipo di categorie (qui si collocano le contraddizioni logiche che portano al collasso delle categorie) e moltiplicarle fino a raggiungere la piena determinazione di sè. Forse quando parli di unità intendi un progetto comune, in questo caso sono daccordo. Tuttavia non si tratta di un'identità (che peraltro già abbiamo e risiede nelle parole glbt) e ci permette di trovare percorsi comuni con altri movimenti che hanno altre identità, come quello femminista. L'espressione "primato dell'individuo" non mi piace molto, lascia intendere un progetto di destrutturazione di una dimensione sociale. Di fatto ciò che vogliamo è una ridefinizione delle relazioni individuo/società e, forse, un ridimensionamento del ruolo sociale e, soprattutto, istituzionale della famiglia. Questa, però, è solo una questione di forma, di linguaggio. E' vero: tacere la propria omosessualità è ammettere che è vergognosa. Forse non lo è? Indubbiamente non dovrebbe esserlo ma non sono io a scegliere cos'è vergognoso e cosa non lo è. Per cui a questo punto tacere la propria omosessualità è sopratutto ammettere che non si ha il coraggio di far fronte ad una situazione difficile, dal punto di vista sociale. Ma il coming out non è l'unico modo per combattere discriminazioni e omofobie, l'attivismo è un'alternativa. Coming out vuol dire intraprendere una battaglia da soli contro il mondo, attivismo vuol dire un progetto collettivo, vuol dire farsi forza l'un l'altro. Giacomo
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